giovedì , 4 Giugno 2020

Chi siamo

La Don Milani, si ispira al pensiero del Priore di Barbiana ed opera, ad Acri, provincia di Cosenza, dal 1982, da quando un gruppo di operatori la fece nascere da un corso di formazione professionale, finanziato dal fondo sociale europeo e dalla Regione Calabria.
In una prima fase della sua vita, durata una quindicina d'anni, la sua MISSION è stata: pensare al futuro lavorativo, umano e sociale di un gruppo di portatori di handicaps, allievi del corso medesimo, con buoni risultati; man mano, però, si è andata trasformando in comunità di accoglienza, anche a carattere residenziale, per non essere un ghetto, ma uno strumento valido per tutti.
Attualmente si caratterizza come FATTORIA SOCIALE (“La "fattoria sociale" è, dunque, un’impresa economicamente e finanziariamente sostenibile che svolge l’attività produttiva in modo integrato con l’offerta di servizi culturali, educativi, assistenziali, formativi e occupazionali a vantaggio di soggetti deboli, in collaborazione con istituzioni pubbliche e con il vasto mondo del terzo settore.
Per le sue caratteristiche peculiare la fattoria sociale ha una duttilità ed una versatilità che difficilmente si riscontrano in unità produttive di settori extra-agricoli, e pertanto si presta ad offrire risposte differenziate che rispettano l’approccio personalizzato.
Tutti questi aspetti concorrono ad esaltare inoltre il suo carattere di contesto relazionale fortemente inclusivo, che può effettivamente aprire ad esperienze non solamente occupazionali, ma di crescita personale.”).
Questa è oggi la cooperativa sociale nata 31 anni fa. In tutto questo tempo siamo riusciti anche a creare una Comunità di accoglienza descritta analiticamente nel libro “Guarda che fa quel matto di Nello Serra”, ed. Progetto 2000, un contesto che non è solo un luogo fisico, ma uno spazio mentale per chiunque voglia “rigenerarsi”, guarire da ferite subite da una vita che spesso guerreggiata, in cui ogni attività svolta scaturisce dal bisogno dell’autofinanziamento per attivare le potenzialità residue degli ospiti, seguendo una logica di recupero e valorizzare delle risorse del territorio, con particolare riferimento a quelle attività che permisero alle popolazioni locali di vivere e prosperate nel passato (gelsi-bachi-sericoltura, frutticoltura, erboristeria, agricoltura biologica ecc).
Tutto questo è stato possibile grazie all’aiuto ricevuto da una benefattrice che ha donato tutti i suoi beni, ossia un terreno di 45 mila metri quadrati, un fabbricato nel centro storico, oggi oggetto del nostro intervento, 400 milioni delle vecchie lire ma non solo.
Attraverso la vendita dei prodotti della filiera del baco da seta, piccole donazioni, il cinque per sulla dichiarazione dei redditi, siamo riusciti a edificare una Casa di accoglienza per persone svantaggiate venuta a costare, comprese le opere di infrastrutturazione circa un milione di euro, già in parte in funzione.
Una Casa Comunità attiva, autofinanziata, nata per recuperare ed esaltare le potenzialità residue degli ospiti non un ghetto per emarginati, punto di riferimento non solo per portatori di bisogni ma per tanta gente che ne condivide filosofia, linea educativa, modus operandi.
Attraverso un tenace e incessante lavoro di squadra siamo riusciti a coinvolgere, negli anni della nostra esistenza, la gente comune piuttosto che i cosiddetti poteri forti e il mondo della politica che ti può aiutare ma anche manipolare e abbandonare quando cambia il vento o non gli servi più.
Questo ci rende forti, quasi autarchici, apprezzati e sostenuti non solo nell’ambito locale.